Chiese: la comunione senza competizione di S. Paolo.

Una delle difficoltà più persistenti dell’ecclesiologia ecumenica contemporanea consiste nell’identificare la diversità ecclesiale con una ferita storica da sanare. La divisione delle Chiese viene spesso interpretata come il risultato di un fallimento dell’unità originaria e, di conseguenza, come una condizione anomala da superare attraverso il consenso dottrinale o l’armonizzazione delle prassi. Tuttavia, una rilettura attenta…

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Menorah a sette braccia, simbolo biblico della comunione nella diversità tra le Chiese secondo Apocalisse 1

menorah

Una delle difficoltà più persistenti dell’ecclesiologia ecumenica contemporanea consiste nell’identificare la diversità ecclesiale con una ferita storica da sanare. La divisione delle Chiese viene spesso interpretata come il risultato di un fallimento dell’unità originaria e, di conseguenza, come una condizione anomala da superare attraverso il consenso dottrinale o l’armonizzazione delle prassi. Tuttavia, una rilettura attenta delle lettere paoline – sostenuta da una solida tradizione esegetica – suggerisce una prospettiva differente: il problema, per Paolo, non è la diversità delle forme di vita cristiana, ma la loro trasformazione in modalità identitarie in competizione.

1. La pluralità come dato ecclesiale in Paolo

Le lettere paoline testimoniano un cristianesimo originariamente plurale. In Romani 14 Paolo riconosce esplicitamente l’esistenza di pratiche divergenti all’interno della stessa comunità: alcuni mangiano di tutto, altri osservano restrizioni alimentari; alcuni attribuiscono valore particolare a determinati giorni, altri li considerano tutti equivalenti (Rm 14,2.5). Paolo non tenta di eliminare questa pluralità né la qualifica come errore dottrinale. Al contrario, la assume come dato ecclesiale.

Come ha mostrato James D. G. Dunn, il Nuovo Testamento non conosce una Chiesa originariamente uniforme, ma una pluralità di forme di cristianesimo che convivono nello stesso orizzonte di fede. L’uaw7nità, per Paolo, non è uniformità istituzionale, ma koinonia: una comunione reale che non richiede l’abolizione delle differenze.

2. Il criterio decisivo: relativizzazione a Cristo

Il cuore dell’argomentazione paolina in Romani 14 è racchiuso in un principio fondamentale: ogni pratica è legittima nella misura in cui è vissuta “per il Signore” (Rm 14,6). Paolo non relativizza tutto indiscriminatamente; relativizza sotto Cristo. Tutte le modalità di vita cristiana vengono sottratte a una funzione normativa reciproca e ricondotte a un unico criterio ultimo: l’orientamento al Signore.

N. T. Wright ha sottolineato come Paolo operi una profonda ridefinizione dell’identità: non eliminando le differenze etniche, culturali o rituali, ma sottraendole alla funzione di boundary markers. L’identità cristiana non nasce dalla convergenza delle pratiche, bensì dalla comune appartenenza a Cristo, all’interno di una storia di salvezza che rimane plurale nelle sue forme. Per Wright, l’unità è molto più di una necessità pratica: è il simbolo centrale della visione cristiana del mondo. È in questa prospettiva che va letta l’esortazione ad accogliersi reciprocamente (Rom 15,7): è nella comunione tra diversi che si rende visibile il Vangelo stesso.

3. Quando la diversità diventa competizione: la crisi dei Galati

La linea di demarcazione emerge con particolare forza nella Lettera ai Galati. Qui Paolo reagisce con estrema durezza non contro una pratica in quanto tale – la circoncisione – ma contro il suo uso come condizione di appartenenza piena alla comunità. Il problema non è la circoncisione, ma la logica del “Cristo più qualcosa” (Gal 2,21).

John Barclay ha mostrato come questa polemica sia inseparabile dalla teologia paolina della grazia. La grazia, in quanto dono incondizionato, esclude radicalmente ogni forma di competizione simbolica. Quando una pratica pretende di “completare” il dono, essa introduce una gerarchia tra i credenti e svuota il Vangelo della sua gratuità. In questo senso, la competizione ecclesiale è un problema teologico prima ancora che pastorale: mette in questione la natura stessa della grazia. In un saggio recente su Romani 14–15, Barclay ha evidenziato come la fede autentica si esprima nel distacco da sé (self-detachment), ossia nella disponibilità a rinunciare ai propri codici culturali per amore dell’altro. Questo atteggiamento, che nasce dalla forza della fede, è il contrario della competizione confessionale: è disponibilità alla comunione.

4. Giudizio, disprezzo e distruzione della comunione

In Romani 14 Paolo individua con precisione il peccato che nasce dalla competizione: il giudizio e il disprezzo reciproco. I verbi utilizzati (krinein ed exouthenein) indicano la pretesa di decidere sullo statuto dell’altro davanti a Dio. Non è la differenza a distruggere la Chiesa, ma il suo uso come strumento di valutazione e di esclusione.

Michael J. Gorman ha interpretato questa dinamica alla luce della cruciformità paolina. Una Chiesa che compete, che si afferma a scapito dell’altra, tradisce la logica della croce, perché sostituisce l’auto-donazione con l’autoaffermazione. In questo senso, la competizione identitaria non è semplicemente un errore disciplinare, ma una deformazione della forma cristiana dell’esistenza ecclesiale. Gorman parla di santità e ospitalità cruciforme (cruciform holiness and hospitality): una forma di vita ecclesiale che non giudica, ma accoglie, e che mostra la propria santità proprio nella capacità di riconoscere l’altro come dono.

5. Dalla pluralità paolina all’ecclesiologia ecumenica

Questa lettura esegetica ha conseguenze ecclesiologiche decisive. La diversità ecclesiale non può essere identificata automaticamente con la divisione.

Come ha mostrato Paul Avis, la pluralità diventa problematica non in quanto tale, ma quando le Chiese si pongono come alternative escludenti, incapaci di riconoscersi reciprocamente come espressioni autentiche della Chiesa di Cristo. La divisione resta una ferita reale, ma non coincide semplicemente con la presenza di differenze; coincide piuttosto con il loro irrigidirsi in esclusione reciproca.

Su questa linea si colloca anche il paradigma dell’ecumenismo ricettivo proposto da Paul D. Murray. L’unità non viene cercata eliminando le differenze, ma disinnescando la loro carica competitiva attraverso l’apprendimento reciproco. Le Chiese non sono chiamate a vincere né a prevalere, ma a ricevere ciò che lo Spirito ha già generato nell’altra. Nei suoi contributi più recenti, Murray parla di apprendimento trasformativo: non basta ascoltare l’altro, bisogna lasciarsi trasformare da lui, fino a riconoscere che ciò che ci manca può arrivare proprio da una tradizione diversa dalla nostra. In questo modo, l’identità confessionale non viene annullata, ma rinnovata nella comunione.

6. Una questione ancora aperta

Alla luce di Paolo e della sua ricezione esegetica ed ecclesiologica, la questione ecumenica non può essere formulata nei termini tradizionali del superamento della diversità. La pluralità appare come una condizione originaria e strutturale del cristianesimo. Ciò che resta problematico è la trasformazione delle differenze in modalità in competizione, capaci di erigere confini simbolici e di oscurare il primato di Cristo.

Resta allora da chiedersi: che cosa rende una differenza non competitiva? Quali condizioni teologiche, spirituali ed ecclesiali permettono a una pluralità reale di restare orientata al Signore senza diventare criterio di giudizio reciproco?

E, di conseguenza: quale tipo di Chiesa è capace di sostenere differenze reali senza convertirle in rivalità, senza difendere se stessa a scapito della comunione, senza chiedere all’altro di diventare simile per poter essere riconosciuto?

Sono domande che Paolo non chiude con norme, ma affida al discernimento ecclesiale. Ed è forse proprio in questo spazio aperto, più che in una soluzione definitiva, che si gioca ancora oggi la fedeltà al Vangelo.

Una risposta a “Chiese: la comunione senza competizione di S. Paolo.”

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